Club Alpino Italiano sezione di SEREGNO
inizio  iniziative personali
 
 

Un successo la spedizione

che ha coinvolto 11 concittadini
 emozioni brianzole a quota 6.000
la bandiera del Cai alla base del K2
 

di P.Col. da il Cittadino del 3/7/2004

Pur tra qualche difficoltà imprevista, l'avventura è stata coronata da un chiaro successo. Gli associati della sezione seregnese del Cai, Italo Trezzi, Mario Galbiati, Walter Allegrini, Roberto Calderoni, Paolo Bossi, Luigi Viganò, Augusto Minotti, Gianluca Vergani, Stefano Melzi, Dario Ripamonti ed Oliviero Sala hanno infatti portato a compimento la loro spedizione sul K2, svoltasi tra il 3 ed il 27 giugno 2004, a cinquant'anni di distanza dalla prima scalata italiana alla celebre vetta pakistana.

Arrivato ad Islamabad il 4 giugno, il gruppo è stato poi costretto a raggiungere Skardu in aereo, causa la chiusura della Karakorum Highway, figlia di alcuni disordini locali. Il volo è risultato particolarmente spettacolare, con le montagne attorno che si alzavano più in alto del già citato aereo.

Da Skardu, la comitiva si è quindi recata in jeep ad Askole, ultimo villaggio abitato sulla costa della montagna, che il 7 giugno ha costituito il punto di partenza del trekking. In questa fase, ai brianzoli si sono aggiunti altri compagni di viaggio, tanto da portare l'ammontare degli alpinisti a quota 28. Una settimana è stata poi impiegata per arrivare al campo del Konkordia Circus, a 4.700 metri di altezza e ad un solo giorno dal campo base del K2. La salita è stata caratterizzata da un ambiente circostante estremamente arido, privo com'era di piante e fiori. Ad accompagnare gli scalatori, così, sono stati sabbia, rocce, morene e ghiaccio. Lo sforzo è stato comunque ripagato pienamente da un panorama a dir poco stupendo.

Il 14 giugno la formazione ha abbandonato il percorso classico del trekking e si è inoltrata in una valle glaciale, dove a quota 4.900 metri è stato sistemato su due sassi affioranti dai ghiacciai il campo per la salita al Pastore Peak. Il giorno successivo, Trezzi e compagni hanno attaccato il costone della cima a mezzanotte, sotto un cielo velato e con una neve estremamente molle per il clima caldo.

Proprio le condizioni della neve, rese ancor più precarie da altri immancabili scrosci di nevischio, hanno di fatto consigliato la cordata a desistere quando ormai la vetta era ad appena 300 metri.

Dopo un breve passaggio al campo base del K2 ed il ritorno al Konkordia Circus, la carovana ha risalito il Vigne Glacier, ostacolata anche in questo caso dalla neve molle, oltre che da torrenti a volte insuperabili, specie per i portatori di materiale al seguito. Pertanto, si è resa inevitabile una pausa di un paio di giorni, per consentire al gruppo di ricompattarsi. Il 19 giugno, di nuovo a mezzanotte, è ripresa la marcia, con l'obiettivo di valicare il Gondogoro Pass, a quota 5.750 metri. La pericolosità dell'impresa (il pendio è molto ripido e segnato da grossi seracchi) è testimoniata dal fatto che, per facilitare soprattutto i portatori (alcuni dei quali indossavano semplici scarpe da tennis), il tratto è stato attrezzato su entrambi i versanti con 120 metri di corde fisse.

Giunti a destinazione all'alba, gli alpinisti hanno assaporato la bellezza di un panorama mozzafiato. Alcuni hanno scalato in questo frangente anche il Vigne Pik, a circa 6.000 metri, prima che iniziasse la discesa. Per reimmergersi nel primo paesaggio erboso e florido, la comitiva ha dovuto camminare per tre interi giorni. Skardu ed Islarnabad sono state le mete seguenti, raggiunte in jeep.

Il ritorno in Italia è avvenuto infine il 27 giugno. In totale, sono stati coperti in trekking 170 chilometri. In media, i protagonisti di questa esperienza hanno perso ciascuno 5 chilogrammi di peso

 
L'intervista
 

I protagonisti all’unisono:

"Non sono mancate le difficoltà, ma ne è valsa la pena"
 

"Ne è valsa davvero la pena". E’ il commento, all'unisono, di Italo Trezzi, Mario Galbiati, Walter Allegrini, Roberto Calderoni, Paolo Bossi, Luigi Viganò, Augusto Minotti, Gianluca Vergani, Stefano Melzi, Dario Ripamonti ed Oliviero Sala, gli undici associati della locale sezione del Cai che tra il 3 ed il 27 giugno 2004 sono stati protagonisti di una spedizione sul K2. "Gli ostacoli non sono mancati - spiegano gli interessati - Quando valichi i 3 mila metri di altezza, l'ambiente circostante diventa particolarmente arido.

Altrove, ad esempio in Nepal, la montagna è abitata fino ai 4 mila metri, qui, al contrario, trovi solo ghiacciai, che si estendono anche per centinaia di chilometri. Il panorama è comunque bellissimo, caratterizzato da un numero impressionante di cime a punta. Per avere un’idea più precisa, basta pensare che in quel contesto tutto va moltiplicato per dieci o per cento. Le dimensioni delle vette sono davvero impressionanti: il nostro monte Bianco, in paragone, è un vero e proprio francobollo". La vita in tenda per un periodo così prolungato non è stata semplice: "Certamente. L’escursione termica tra la notte ed il giorno era notevole: si passava nel giro di poche ore da 10 gradi sotto lo 0 a 30 gradi sopra... Per questo motivo, spesso e volentieri ci mettevamo in marcia molto presto, terminando poi la nostra fatica subito dopo mezzogiorno, quando il clima diventava eccessivamente caldo. L’alimentazione è stata abbondante. I portatori di materiale che erano al nostro seguito erano bravissimi a prepararci da mangiare in pochi minuti, anche nelle condizioni peggiori e nei posti più impensati. Parecchi di noi, se non tutti, sono stati però colpiti ripetutamente dalla dissenteria. Non sappiamo cosa l’abbia causata: forse le spezie che venivano usate, forse la particolarità della situazione, con l'aria rarefatta. Quel che è sicuro, è che non è stato un problema di poco con conto".

Un ricordo particolare, nel cuore di chi ha vissuto questa avventura, verrà riservato alle guide: "Sono state disponibili al di là di ogni più rosea aspettativa. Nei nostri confronti hanno dimostrato una simpatia spiccata, poiché gli italiani hanno fama di essere un popolo generoso. Il nostro grazie più sincero va soprattutto ad Alì, il capoguida, sempre presente e disponibile, specie con chi palesava qualche difficoltà".

Chi ha avuto qualche motivo in più di soddisfazione rispetto agli altri è stato Walter Allegrini, appassionato di mineralogia: "E’ stato come aver camminato in un museo a cielo aperto. Ho trovato rocce metamorfiche e conglomerati policromi davvero splendidi, anche a blocchi in mezzo ai ghiacciai. In qualche minerale, probabilmente, vi era pure una concentrazione di uranio o altri elementi radioattivi".

 P.Col.

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