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Pur tra
qualche difficoltà imprevista, l'avventura è stata coronata da
un chiaro successo. Gli associati della sezione seregnese del Cai,
Italo Trezzi, Mario Galbiati, Walter Allegrini, Roberto Calderoni,
Paolo Bossi, Luigi Viganò, Augusto Minotti, Gianluca Vergani,
Stefano Melzi, Dario Ripamonti ed Oliviero Sala hanno infatti
portato a compimento la loro spedizione sul K2, svoltasi tra il 3
ed il 27 giugno 2004, a cinquant'anni di distanza dalla prima
scalata italiana alla celebre vetta pakistana. |
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Arrivato
ad Islamabad il 4 giugno, il gruppo è stato poi costretto a
raggiungere Skardu in aereo, causa la chiusura della Karakorum
Highway, figlia di alcuni disordini locali. Il volo è risultato
particolarmente spettacolare, con le montagne attorno che si
alzavano più in alto del già citato aereo. |
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Da Skardu,
la comitiva si è quindi recata in jeep ad Askole, ultimo
villaggio abitato sulla costa della montagna, che il 7 giugno ha
costituito il punto di partenza del trekking. In questa fase, ai
brianzoli si sono aggiunti altri compagni di viaggio, tanto da
portare l'ammontare degli alpinisti a quota 28. Una settimana è
stata poi impiegata per arrivare al campo del Konkordia Circus, a
4.700 metri di altezza e ad un solo giorno dal campo base del K2.
La salita è stata caratterizzata da un ambiente circostante
estremamente arido, privo com'era di piante e fiori. Ad
accompagnare gli scalatori, così, sono stati sabbia, rocce,
morene e ghiaccio. Lo sforzo è stato comunque ripagato pienamente
da un panorama a dir poco stupendo. |
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Il 14
giugno la formazione ha abbandonato il percorso classico del
trekking e si è inoltrata in una valle glaciale, dove a quota
4.900 metri è stato sistemato su due sassi affioranti dai
ghiacciai il campo per la salita al Pastore Peak. Il giorno
successivo, Trezzi e compagni hanno attaccato il costone della
cima a mezzanotte, sotto un cielo velato e con una neve
estremamente molle per il clima caldo. |
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Proprio
le condizioni della neve, rese ancor più precarie da altri
immancabili scrosci di nevischio, hanno di fatto consigliato la
cordata a desistere quando ormai la vetta era ad appena 300 metri. |
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Dopo un
breve passaggio al campo base del K2 ed il ritorno al Konkordia
Circus, la carovana ha risalito il Vigne Glacier, ostacolata anche
in questo caso dalla neve molle, oltre che da torrenti a volte
insuperabili, specie per i portatori di materiale al seguito.
Pertanto, si è resa inevitabile una pausa di un paio di giorni,
per consentire al gruppo di ricompattarsi. Il 19 giugno, di nuovo
a mezzanotte, è ripresa la marcia, con l'obiettivo di valicare il
Gondogoro Pass, a quota 5.750 metri. La pericolosità dell'impresa
(il pendio è molto ripido e segnato da grossi seracchi) è
testimoniata dal fatto che, per facilitare soprattutto i portatori
(alcuni dei quali indossavano semplici scarpe da tennis), il
tratto è stato attrezzato su entrambi i versanti con 120 metri di
corde fisse. |
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Giunti a
destinazione all'alba, gli alpinisti hanno assaporato la bellezza
di un panorama mozzafiato. Alcuni hanno scalato in questo
frangente anche il Vigne Pik, a circa 6.000 metri, prima che
iniziasse la discesa. Per reimmergersi nel primo paesaggio erboso
e florido, la comitiva ha dovuto camminare per tre interi giorni.
Skardu ed Islarnabad sono state le mete seguenti, raggiunte in
jeep. |
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Il
ritorno in Italia è avvenuto infine il 27 giugno. In totale, sono
stati coperti in trekking 170 chilometri. In media, i protagonisti
di questa esperienza hanno perso ciascuno 5 chilogrammi di peso |
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L'intervista |
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I
protagonisti all’unisono: |
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"Non sono mancate le difficoltà, ma ne è valsa la pena" |
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"Ne
è valsa davvero la pena". E’ il commento, all'unisono, di
Italo Trezzi, Mario Galbiati, Walter Allegrini, Roberto Calderoni,
Paolo Bossi, Luigi Viganò, Augusto Minotti, Gianluca Vergani,
Stefano Melzi, Dario Ripamonti ed Oliviero Sala, gli undici
associati della locale sezione del Cai che tra il 3 ed il 27
giugno 2004 sono stati protagonisti di una spedizione sul K2.
"Gli ostacoli non sono mancati - spiegano gli interessati -
Quando valichi i 3 mila metri di altezza, l'ambiente circostante
diventa particolarmente arido. |
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Altrove,
ad esempio in Nepal, la montagna è abitata fino ai 4 mila metri,
qui, al contrario, trovi solo ghiacciai, che si estendono anche
per centinaia di chilometri. Il panorama è comunque bellissimo,
caratterizzato da un numero impressionante di cime a punta. Per
avere un’idea più precisa, basta pensare che in quel contesto
tutto va moltiplicato per dieci o per cento. Le dimensioni delle
vette sono davvero impressionanti: il nostro monte Bianco, in
paragone, è un vero e proprio francobollo". La vita in tenda
per un periodo così prolungato non è stata semplice:
"Certamente. L’escursione termica tra la notte ed il giorno
era notevole: si passava nel giro di poche ore da 10 gradi sotto
lo 0 a 30 gradi sopra... Per questo motivo, spesso e volentieri ci
mettevamo in marcia molto presto, terminando poi la nostra fatica
subito dopo mezzogiorno, quando il clima diventava eccessivamente
caldo. L’alimentazione è stata abbondante. I portatori di
materiale che erano al nostro seguito erano bravissimi a
prepararci da mangiare in pochi minuti, anche nelle condizioni
peggiori e nei posti più impensati. Parecchi di noi, se non
tutti, sono stati però colpiti ripetutamente dalla dissenteria.
Non sappiamo cosa l’abbia causata: forse le spezie che venivano
usate, forse la particolarità della situazione, con l'aria
rarefatta. Quel che è sicuro, è che non è stato un problema di
poco con conto". |
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Un
ricordo particolare, nel cuore di chi ha vissuto questa avventura,
verrà riservato alle guide: "Sono state disponibili al di
là di ogni più rosea aspettativa. Nei nostri confronti hanno
dimostrato una simpatia spiccata, poiché gli italiani hanno fama
di essere un popolo generoso. Il nostro grazie più sincero va
soprattutto ad Alì, il capoguida, sempre presente e disponibile,
specie con chi palesava qualche difficoltà". |
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Chi ha
avuto qualche motivo in più di soddisfazione rispetto agli altri
è stato Walter Allegrini, appassionato di mineralogia: "E’
stato come aver camminato in un museo a cielo aperto. Ho trovato
rocce metamorfiche e conglomerati policromi davvero splendidi,
anche a blocchi in mezzo ai ghiacciai. In qualche minerale,
probabilmente, vi era pure una concentrazione di uranio o altri
elementi radioattivi". |
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P.Col. |
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